mercoledì 29 agosto 2012

Incubo di fine estate



Devo farmi un paio di occhiali nuovi. Montatura nera, leggermente squadrata, non tanto grandi da farmi sembrare una nerd, né così piccoli da darmi un'aria da professoressa di matematica che oscilla tra una malcelata frustrazione e un non troppo sottile accenno di pornografia da videonoleggio. Un paio di occhiali che simboleggi la svolta, il cambiamento, il passaggio alla vita da persona seria, quello che tutti, da almeno qualche anno, aspettano con ansia che io faccia. Togliere qualche orecchino ed alleggerire il trucco e, sì, comprare qualche camicia, a maniche lunghe ovviamente, così quell'orribile patacca non si vede, che io te lo dicevo che poi a lavorare negli uffici mica ti vogliono. E poi una casa, una casa vera, perché è ora di smetterla con i materassi sul pavimento e le stanze senza armadio, che tanto a che mi serve che fra poco me ne vado, basta con le finte permanenze, basta con questa storia di lasciare la valigia aperta accanto al letto, con i vestiti più pesanti ancora sul fondo, basta con le liste di posti strani da vedere. Qualcuno mi ha detto che adesso dovrei iniziare a viaggiare in coppia. In coppia. Come se non fosse sufficiente portarmi dietro la metà paranoica di me stessa, quella che davanti a ogni scorcio, prima del click e dello scatto del rullino mi sussurra, sempre, puntualmente, anche quest'esperienza è agli sgoccioli, sorellina. E tu sei così indietro sulla tabella di marcia. Bene, dovrò rallentare, vedrò tutto attraverso le mie lenti spesse, berrò caffè ristretto in un tempo record di otto secondi, ché passeggiare con un bicchierone pieno di brodaglia allungata con acqua tiepida è sconveniente, è rilassato. Mi farò inghiottire dai ritmi di una grigia respirazione frenetica, mangerò da sterili scatolette di plastica, lavorerò sulla tonicità dei muscoli delle mie cosce, sulle mie unghie ci sarà solo smalto trasparente.
E la sera mi toglierò le scarpe, lascerò lì quei dieci, fasulli centimetri, calpesterò il parquet dell'ingresso, mi guarderò allo specchio, e spoglierò il mio uomo iniziando dalla cravatta.
Buonanotte, tesoro.

lunedì 2 luglio 2012

Impressioni vaghe senza rilettura


Repliche di una partita che non vorremmo rivedere, cronache in castigliano stretto e neanche troppo fine, mani screpolate dal sapone a buon mercato, voci stridule di ragazze dalla cellulite che parla, americano ovviamente, una lingua composta per il novantotto percento da risate sguaiate. Festeggiare per ciò che non si dovrebbe né si vorrebbe e ridere sotto i getti d'acqua di una fontana invasa da tifosi invasati, fiori fucsia nella piazza dove meno ci si aspettava di trovare la movida (quella che noi l'avremmo fatta dieci volte meglio), cognomi inventati, o meglio, tradotti alla lettera per cambiare temporaneamente identità. Croissant ripieni di prosciutto che è meglio del prosciutto, e di formaggio così così, e quel sapore burroso che non ti aspettavi di ritrovare qui, salutandolo in modo quasi nostalgico leccandosi le dita per strada, dopo. Conoscenze lampo, c'è chi arriva e ti parla in inglese con un accento anche troppo conosciuto, che lo sgami subito, c'è chi dorme in una camerata mista senza vestiti addosso, c'è chi ti sorride mentre attacca un poster sotto il sole delle due del pomeriggio e ti dice che sì, c'è un festival, e sì, inizia proprio stasera. Fare un check-out è molto più facile del previsto, e anche rivedere le proprie priorità, oppure realizzare quanto sia bello ciò che a priori avremmo escluso. Ci sono mercati grandi interi quartieri, ci sono torte al tonno buone come non mai e bicchieri di birra minuscoli. C'è un posto bellissimo in cui si possono fotografare tutti i colori insieme, tutti.

giovedì 7 giugno 2012

(S)radicamento.


Tornare. Il ritorno, i biglietti che hanno come destinazione un luogo in cui restare, quel senso di sicurezza di cui ci si riempie quando il suolo che si calpesterà una volta arrivati lo si conosce da sempre. Schiacciante senso di appartenenza, imprescindibile legame.
Dovrei cercarlo, imporlo alla mia anima insaziabile (instabile). Incatenarmi al suolo, all'origine, alla terra, quella terra che graffia le piante dei piedi, che si incolla alle tempie, così intensa, così piena. Così vuota, a volte.
Oggi voglio davvero riuscirci. Mi tolgo le scarpe già piene di sabbia, faccio pochi passi fino alla riva del mare gelido, l'aria umida di una primavera che ancora non c'è mi increspa i capelli, mi abbasso fino a sfiorare con la punta delle dita quei minuscoli granelli sommersi. È un luogo che gronda silenzio, questo, e ci resto per un tempo indefinito. Cerco di riempirmi di tutto quello che vedo, di saziarmi, i miei respiri sono ansiosi come quelli di chi si aggrappa alla vita, affondo le mani nella sabbia e stringo, stringo fino a graffiarmi. C'è una conchiglia bianca, minuscola, che mi ferisce il palmo, ma io continuo a stringere, perché è la mia casa, perché sono le mie radici, perché...
No. Non posso.
Deve essere per forza una, la casa?
Cerco, in mezzo al niente che mi circonda, una risposta. Ma poi penso alla mia valigia, piccola e ammaccata, che è stata ovunque. Penso alle partenze, ai biglietti di sola andata, i più belli. Sono quelli, per me, la casa. È quando appoggio un piede su un suolo completamente sconosciuto, che per un po' mi apparterrà, o che forse finirò per odiare. È quando entro in un bar e mangio cose mai viste per colazione, e mi sembra di averlo fatto sempre. Quando esco la mattina e parlo per tutto il giorno una lingua che non è quella con cui ho imparato a parlare, ma che è mia in un modo ancora più intenso. È casa, quando mi sveglio in una stanza nuova, con le pareti ancora spoglie. Quando cammino per la prima volta in una città, senza mappe, senza meta.
Io, un pezzo della mia casa, lo lascio in ogni luogo da cui parto. Il ritorno, poi, è un'altra storia.

mercoledì 16 maggio 2012

Inversione_01


Cambio improvvisamente la mia direzione, dopo anni di scrupoloso cammino in linea retta. Vivo in una città in scala di grigi, fatta di spigoli e di troppi vuoti da riempire. Insignificante esistenza divisa fra anonimi muri portanti, cielo inesistente, orizzonti monocromatici da cui non spunta mai il sole. Lo dipinsi sulla mia finestra, una volta: un cerchio arancione ormai sbiadito, intenso contrasto di sfumature per riempire i miei occhi inquinati.
Il ventitré barrato fa sempre la stessa strada, e dalla via stretta dove ho accumulato i miei giorni arriva fino alla giungla di palazzi in cui quotidianamente seppellisco il mio corpo per otto lunghe ore. Sempre lo stesso percorso, da anni. Non so perché, ma stamattina la cosa mi sconvolge. Vedo per la prima volta davanti ai miei occhi i binari arrugginiti sui quali a ritmo cadenzato scorre la mia vita, e adesso lo sento, così velato, il rumore soporifero dei miei minuti sprecati che scorrono.
Cambio improvvisamente la mia direzione, oggi. Vorrei poter uscire da questa giungla intrisa di delusione collettiva senza seguire alcun percorso, senza dover prendere l'ennesimo tram, vorrei potermi smaterializzare, poter scomporre le mie molecole intossicate e disperdere la mia disfatta nello smog di settembre.
E adesso, dopo anni di scrupoloso cammino in linea retta, volgo le mie ginocchia stanche verso una meta sconosciuta, torno a sentire il sapore delle direzioni contrarie, dell'abbandono di ogni sterile programma di vita o di semplice esistenza.
Mi ritrovo quasi all'improvviso in cima alla terrazza di un palazzo abbandonato, scrigno inviolabile, da sempre discreto nascondiglio dei miei pensieri. Non so quale combinazione di mezzi e passi in ordine sparso mi abbia portata fin qui. Si vede tutto, da quassù. Tutto quello che non avrei voluto vedere. Il mio sguardo abbraccia la mia gabbia, la mia non-casa, tutto quello che ormai fa parte del mio più recente passato. Decido, in un istante, di andarmene.
Nessuna traccia dietro di me, non lascerò nessuna impronta che potrebbe ricondurmi all'amarezza del mio anonimo passato. Scriverò una lettera di dimissioni, una di scuse e una fatta di lacrime sparse, e le spedirò quando sarò lontana da qui, in una stanza vuota, nel tepore della mia nuova vita.

Ottobre, mattina.
Ti scrivo in brutta copia, qui sul mio diario, dispiegherò i miei sentimenti ingarbugliati, strapperò la pagina, piangerò. Cercherò di razionalizzare, poi cederò, e ti dirò semplicemente che la mia nuova vita, qui in questo paese lontano, è, semplicemente, bella.

Non può funzionare. Non capirà. Eppure non posso scrivere nient'altro, non posso fingere. Ho cambiato direzione, non posso sottrarmi dal processo irreversibile di fuga dal piano inclinato dei miei giorni in serie. Ma so anche che questa mia conquista dovrò tenerla solo per me. Sono io che ho scelto di abbandonare tutto nel più vigliacco dei modi, sono io che ho rinnegato la stabilità del resto dei miei giorni, sono stata io a salire su un aereo senza portarmi dietro niente. Ora devo accettare la mancanza di ogni comprensione. Sarò l'unica a riuscire ad intravedere la felicità nel provvisorio, a sperare nel potere salvifico dell'incertezza, destinata alla perenne accusa di essere priva di qualunque radice.
Alzo il bavero della mia giacca rossa, guardo in su, esco nell'aria pungente del mio primo autunno con i raggi del sole. Non c'è stato bisogno di disegnare niente sul vetro della mia finestra, stavolta. Ho due lettere in mano: imbuco la prima senza alcuna remora, accarezzo la seconda mentre ricordi malinconici della mia infanzia mi attraversano la mente. Non ce ne sarà una terza.
Con le mani in tasca cammino spedita su queste strade sconosciute, cerco di respirarle tutte, di immaginarle, queste infinite incognite che mi hanno salvata. Sorrido. Sono troppe. Sono belle.

domenica 29 aprile 2012

Encre


Svegliami. Sfiora la punta rotonda del mio naso alle tre del mattino, quando neanche il buio può accusarti di eccessiva dolcezza. Parlami con suoni opachi, senza muovere le lenzuola. Scrivimi. Traccia le tue parole di inchiostro liquido sui fogli stropicciati di cui son fatta.

Lettere sparpagliate sulla scrivania, alcune ancora chiuse, altre strappate. Tutte, indistintamente, ingiallite dal tempo. Credeva di averle dimenticate, durante un trasloco frettoloso, nell'angolo di una cantina umida. E invece eccole lì, tutte, senza data né luogo, senza nessuna inutile firma.
Si scambiavano lettere. Era ridicolo, diceva lei. Era nostalgico, diceva lui.

Dici che siamo nostalgici. Eppure siamo qui, a vivere questa cosa insieme, questa, come dire, storia. Questa buffa unione di mente – corpo nel presente – passato. Abbiamo nostalgia di una cosa che ancora c'è.

Nostalgia. Di qualcosa che c'è. Lo scrive sulla sua piccola agenda blu. Eppure definirla, quella sensazione, era impossibile. Sfoglia le pagine a ritroso, tante frasi scritte di fretta, vaghe spiegazioni, impossibili tentativi di disperata concretizzazione. Siamo qualcosa.
Di quella volta in cui lei stava per parlare, ma poi non disse niente. Ché non amava dirle, certe cose.

Le parole sono belle così, scritte. Ma non tutte. Ce ne sono alcune che segui con lo sguardo, ne percorri le insenature con le dita. Altre le immagini e basta. Sennò è tutto così terribilmente privo vie di fuga.

Le lettere sono lì, tutte. Le legge, cerca di ricomporre le loro conversazioni lontane sulla base di quelle risposte scritte con una matita calcata fino a spezzarne la punta. Grigio sbavato da una mano sinistra che violenta strisciava sulla carta. E non ci riusciva, a stare dietro a quei pensieri irrimediabilmente ammassati, non ci riusciva mai.

Sono alla continua ricerca di prove che possano confutare l'importanza delle definizioni.

Era bella, quando scriveva. Non l'aveva mai vista scrivere. L'aveva vista inspirare forte il profumo del limone, o muovere le labbra mentre studiava i suoi appunti di giapponese, o stringere i pugni quando leggeva il giornale. Ma scrivere, non l'aveva vista mai. Eppure poteva scommetterci, che era bella.

sabato 14 aprile 2012

Ultima traccia


Respiro.
Chiusa nella mia stanza senza colori per l'ultima volta. Immobile fisso le crepe sul soffitto bianco sporco, segni di vite passate, tragico sottofondo, aspettative deluse e poi lasciate lì sull'intonaco umido, come tracce non troppo silenziose di innumerevoli, eterni fallimenti.
Ce n'è una, là in mezzo, che non riesco a smettere di fissare. Le ho dato il mio nome.
Oggi la mia fine è apparsa ai miei occhi sporchi di nero. Quello che mancava nella mia vita, quello che non c'è mai stato, l'avevo rimpiazzato così bene: calde coperte, pavimenti sporchi, bagni rotti, intenso dolore, poi lieve smarrimento, dilagante perdizione.
Non ho più niente adesso.
Un soffio di vento apre all'improvviso la finestra di legno scheggiato, chiudo gli occhi e la sento, nitida, violenta. La città.
È come se lo vedessi, quel ragazzo con i capelli chiari che nella penombra della sua minuscola stanza sfiora le corde di una chitarra come a voler accompagnare il movimento continuo del traffico. Note impalpabili ed eteree colano dalle sue mani ruvide senza disturbare, scendono sempre più giù, soffocate dalla pioggia che cade pesante sulle foglie morte del viale alberato. Lì in mezzo, sepolto fra fari accesi e un blando odore di sedili in pelle, un uomo fuma l'ultima sigaretta della giornata, suona il clacson. C'è una foto stropicciata sul cruscotto, e rose a buon mercato sul sedile del passeggero. La donna con l'impermeabile giallo cammina veloce mentre parla al telefono, i suoi tacchi troppo alti graffiano l'asfalto mentre attraversa la strada, distratta. Una frenata brusca, gomme che sfrecciano nella pioggia. Voci roche arrivano dal parco con le altalene rotte, le risate sono poche ma le sento, è come se mi chiamassero, in mezzo all'incessante stridore di tutto il resto.
Ascolto, non posso fare altro.
Ma mi sembra di vederli, tutti quegli occhi che cercano qualcosa, che frugano oltre ai loro momenti irrimediabilmente vuoti, oltre quella stasi: vogliono fuggire, vogliono smettere di ascoltare quel rumore che forza le serrature delle loro esistenze apparentemente incontaminate. Ero una di loro una volta. I miei ricordi sono vaghi ormai, pallide ombre sulla scenografia monocromatica di una mente ormai sterile. Eppure qualche volta l'immagine nitida dei miei passi su quelle stesse strade umide, il rumore attutito delle mie suole consumate, le voci che sbattono sulle pareti dei bar, si affacciano prepotenti nella confusione dei miei ultimi pensieri aggrovigliati.
Un altro colpo di vento fa sbattere la finestra. Sono di nuovo con me.
Ho avuto un amico, una volta. Cerco di ricordare il suo viso, e un ritratto sgualcito e monocromatico si dipinge nella mia mente, un po' sbavato, fatto di inchiostro liquido. Mi prendeva per mano. Eravamo gli unici a stare in casa, d'estate, a guardare le nostre vecchie videocassette. Non volevamo altro. Siamo cresciuti, sempre qui, insieme, cercavamo di evitare che la vita ci scivolasse accanto senza farsi sentire troppo. Non se ne accorse mai. Un giorno decisi di parlargliene. Mi ascoltò. Poi non lo rividi mai più. Non ho più voluto parlare con nessuno, dopo.
Adesso resto qui, chiusa nel mio silenzio, i motori sono spenti e le corde immobili. I miei passi si interrompono bruscamente, ora.
Addio, città.
Respiro.



Respiro.

martedì 13 marzo 2012

Città


Città. Città è una parola piena. È una parola che riempie ogni vuoto con il solo pensiero delle eventualità. Con la parvenza di infinite incognite che lievi si intrecciano. È lecito tremare al solo pensiero di quante cose potrebbero accadere, ma che in realtà non fanno altro che restare impigliate nella sfera del possibile, incollate come zanzare su una di quelle striscioline appiccicose, cercando un modo per liberarsi, oppure no, che è più comodo. Io le vedo, queste infinite possibilità, quando cammino sui ciottoli di una piazza su cui tante biciclette sgangherate saltellano. O quando sotto un portico sfioro il lembo di una giacca, per sbaglio, mentre vado di fretta. Ed è come se, vedendole, mi congedassi da ognuna di loro con un sorriso rassegnato, ché non le rivedrò più, io lo so. È la volontà di saper scegliere, quella che a volte non c'è, ma della quale non sempre si sente la mancanza.
Mancanza. Città è mancanza infinita nella costante presenza, città è quella luce spenta in un palazzo fatto di sole finestre illuminate. È presenza forse eccessiva o forse insufficiente.
Città. Scelta. Scelta provvisoria, scrigno di infinite decisioni, luogo di perdizione in cui gli indecisi che tutto amano e tutto temono, e che tutto vorrebbero vivere, si trovano assorti, in un'insopportabile mancanza (di nuovo) di contemplazione che vede ormai solo azione, frenetiche scelte, irrimediabili decisioni.
E io, prima di scegliere una strada, scatto una foto di quella che, a malincuore, scarto.

giovedì 23 febbraio 2012

Taci (e ascolta)


Camminavo da ore ormai. Il sole diventò una striscia di silenzio arancione, fu allora che mi accorsi di essere arrivata all'ingresso di quel piccolo bosco nel quale non avevo mai avuto il coraggio di addentrarmi. Non so perché, ma pensavo che oltrepassando la soglia di quel fitto groviglio di foglie mi sarei persa, per non tornare mai più. Forse perché un pomeriggio, davanti al camino, mio nonno, con quegli occhi azzurri e il sorriso di carta crespa mi raccontò la storia di un fantasma che abitava fra quelle fronde e che si divertiva a chiamare i visitatori di quel posto incantato, senza mai mostrarsi. D'altronde, era un fantasma. Avevo continuato a mangiare pistacchi, riflettendo su quella buffa storia. Poi non ci pensai più.
Camminavo da ore, e avevo voglia di continuare a farlo. Superai la prima fila di alberi. Il silenzio era immenso. Credo fosse la prima volta che mi capitava di sentirlo per davvero. Ma eterno, in sottofondo, il brusio dei miei pensieri mormorava incessante. Cercai di spegnerlo, mentre accarezzavo la corteccia ricoperta di muschio. Volevo stare con quella parte di me stessa che il più delle volte restava nascosta, sotto tutto il resto. Quella parte che nessuno conosce.
Camminavo da ore. In mezzo al verde scuro e alle lame di luce che sempre più invisibili mi sfioravano. Appoggiai la schiena a un tronco umido, mi sembrò di cadere addormentata. Poi la sentii, una voce sottile, che mi chiamava. Pronunciava le erre così lentamente. Sapeva il mio nome, lo sapeva da sempre, forse. Provai a darle un volto. Non ci riuscii. Immaginai due occhi azzurri però, chiarissimi, che leggeri mi sorridevano.

giovedì 16 febbraio 2012

La grande onda


(da un sogno, strano e bellissimo, che ha anche una colonna sonora)

Il piccolo televisore portatile appartenente a un'epoca ormai dimenticata era appoggiato sulla sabbia e gracchiava ininterrottamente. Ogni tanto si riusciva a distinguere una parola, poi solo fruscii. Sullo schermo, puntini bianchi e neri. Tutto era privo di colori laggiù. Non c'era più nessuno. Si godevano quella pace immobile, dopo anni di chiassosa civiltà.
Seduti sulla sabbia umida, a un metro dalla riva, guardavano lo spettacolo davanti ai loro occhi. Il Golden Gate, deserto e imponente, scompariva in mezzo a una nuvola bassa. Grigia, piena di gocce che dovevano ancora cadere. Forte, sotto il rumore del minuscolo televisore, si sentiva. Era impossibile ignorarlo. Il silenzio.
Loro erano gli ultimi. Avevano deciso di sedersi lì, quella domenica, ad ascoltare il loro programma preferito, sgranocchiando patatine rancide e guardandosi negli occhi, ogni tanto. Le loro domeniche insieme erano sempre speciali. Sempre.
Il piccolo cubo senza colori si spense.
“Che succede?”
“Succede che ci siamo. È lei”
Lei gli strinse il braccio, forte. E poi la videro. L'onda. Immensa, assoluta, sovrastava ogni cosa. Il ponte, le strade, la sabbia, il piccolo televisore, i due ragazzini. Tutto, in quel momento, fu travolto dall'onda. Per un istante quasi eterno l'acqua ricoprì tutto, investendo i loro corpi esili, spazzando via le carcasse arrugginite di vecchie macchine e riempiendo le crepe nei muri.
Poi si ritirò, quell'onda infinita. Lentamente. Fiera, silenziosa.

“...”
“Ho freddo”
Il ponte, a parte qualche piccola frattura scomposta, era ancora in piedi. Lei stava immobile e lo fissava con gli occhi spalancati.
“E' tutto normale. Stai tranquilla”

Si erano incontrati lì, anni prima. Lei aveva occhi nerissimi, i capelli viola, talmente corti da sparire sotto il cappuccio della felpa troppo grande. Lui scriveva storie raccapriccianti su un quadernino giallo. E gliele raccontava per farla addormentare, la sera. Sapevano di essere rimasti solo loro. Sapevano che sarebbero dovuti restare insieme molto a lungo.
Lui le baciò la fronte bagnata e la prese per mano. Si alzarono lentamente. Magrissimi, tremanti. Voltarono le spalle al mare, al ponte, alla loro domenica ormai finita. Il tramonto arancione, accecante, dietro di loro.
“Ti ho mai raccontato cos'è successo nella cantina di quella casa laggiù, al numero 23?”

Continua. Forse.

lunedì 13 febbraio 2012

Azione / reazione


Francesco.
Un uomo con un cappello beige calato di sbieco sui capelli tagliati corti, grigi, camminava lentamente in mezzo alla nebbia di un'alba da meno tre gradi e ghiaccio sul corrimano di ferro del sottopassaggio, alla stazione. Aveva un cappotto lungo e la camminata elegante, il passo sicuro di chi sa che le probabilità che accada qualcosa di eccessivamente sorprendente nella propria vita sono ridotte. Sembrava esserne felice. Assaporava gli ultimi capitoli, quelli in cui fai tutto ciò che non hai avuto tempo di fare in una vita intera. Camminava senza valigia verso un treno che sarebbe partito in ritardo. Avanzava lento, sembrava appartenere a una dimensione temporale differente rispetto a tutte quelle persone che non facevano altro che inseguire i loro inevitabili ritardi. E in quegli attimi di tempo distorti, la vide. I capelli chiarissimi, una treccia sottile sulla spalla, occhi che non conoscevano la finzione del trucco. Era lei. Era uguale a lei, la sua aria trasognata, le sopracciglia folte, tutto in lei lo fece tornare a quel pomeriggio, l'ultimo pomeriggio in cui la baciò per l'ultima volta, dopo aver fatto l'amore sorridendo, con gli occhi un po' lucidi. Poi la guerra. Forse era morta. Forse aveva avuto una figlia uguale a lei, che ora camminava verso il binario quattro.

Helen.
Helen era persa nei suoi pensieri, canticchiava fra sé un brano che sapeva di tazze di porcellana e lezioni di piano pomeridiane. Camminava e non faceva caso alla realtà circostante, anche se per un attimo la sua attenzione fu catturata da un uomo con tante rughe e lo sguardo intriso di nostalgia, che la guardava con una tenerezza indicibile. Pensò che guardandolo fisso negli occhi avrebbe potuto vedere qualche episodio della sua vita, sotto forma di vecchi ritratti in seppia di famiglie in posa, fotografie dai bordi consumati, cartoline in cui un corsivo stentato comunica con un'eccessiva formalità che tutto va bene.
Poi tornò a pensare al suo treno che stava per partire, a quel ragazzo che l'aspettava dall'altra parte, quell'italiano di cui si era invaghita in modo insano, e che fra un mese non avrebbe rivisto mai più. Non voleva. C'era Marc, che la aspettava. C'era una casa appena ristrutturata, divani ricoperti di cellophane e intenso odore di vernice, pareti spoglie e librerie che avrebbero accolto letture irrimediabilmente contrastanti. Salì sul treno, si sedette di fronte a un ragazzo con un'infinità di riccioli rossi e una camicia troppo larga che agitava un foglietto quadrato con aria annoiata. Guardò meglio. Era una polaroid, il viso di una bambina sorrideva sdentato sul cartoncino colorato. Fossette sulle guance e un cappellino blu. Adesso era seduta poche file più avanti, a mangiare caramelle e incollare figurine su un album colorato.

Alessandro.
Alessandro, il fotografo dai capelli rossi, non riusciva a lasciarsi sfuggire i visi delle persone che inconsciamente accompagnavano i suoi viaggi. Era affascinato dal pensiero di poter conservare per sempre una traccia di qualcuno che non avrebbe rivisto mai più, come a voler ricordare sempre a sé stesso quanto fosse tutto estremamente effimero, nella sua esistenza fatta solo di tante partenze e ben pochi arrivi. La ragazza che si era appena seduta davanti a lui era di una bellezza disarmante, semplice, irreale. Una bellezza antica, con quei capelli legati in una treccia delicata di fili dorati. Se la immaginò subito, immortalata per sempre in un ritratto dipinto su una tela che avrebbe ornato un soggiorno fatto di divani in pelle profumata e tappezzeria a fiori rosa pallido. Era uno di quei visi che ricordano lo strato di polvere che ricopre tutto quello di cui prima o poi ci si dimentica. Lei si voltò a guardarlo, lui scattò. Prese quel piccolo pezzo di carta, si meravigliò di quanto l'immagine che lentamente prendeva forma fosse simile a come l'aveva immaginata. Si sporse verso di lei per mostrargliela, ma un soffio di vento la portò via. Il treno non si mosse, ma lui non andò a recuperarla. Si limitò a guardare fuori dal finestrino. Quello che vide fu un uomo.

Francesco (pt. 2)
Un uomo che fissava un pezzo di carta, rapito. Le sue mani ruvide toccavano la superficie di quella fotografia quadrata, che era atterrata ai suoi piedi da chissà dove. Lacrime calde gli bagnavano le guance. Gli mancava, gli mancava da impazzire. Non si ricordava più perché fosse uscito di casa quella mattina gelida, si era dimenticato del biglietto che aveva lasciato sul comò e delle motivazioni che l'avevano spinto fino alla stazione. Dimenticò tutto. Mise quella foto nella tasca interna del cappotto, lo richiuse, sentì la carta premere sul lato sinistro del petto. Si aggiustò il cappello, e con le mani in tasca si allontanò.